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memorieslungo

di Isabella Michetti

Era il 1496 quando Michelangelo, appena ventunenne, fu convocato a Roma dal cardinale di San Giorgio in Velabro, il camerlengo Raffaele Sansoni Riario, ecclesiastico e politico di gran fama. Non sempre chiara, a onor del vero: nel 1478 era stato coinvolto, ancora giovanissimo, in quella congiura dei Pazzi che vide perire Giuliano de’ Medici a colpi di pugnale. A Michelangelo volle commissionare una statua a grandezza naturale di Bacco destinata al progetto di uno spazio per rappresentazioni teatrali ispirato ai fasti della tradizione greca e romana. Era il disegno per il nuovo edificio di San Lorenzo in Damaso: non a caso costruito, sulle macerie della chiesa paleocristiana demolita per l’occasione, sfruttando le colonne di età augustea della preesistente navata. Il Bacco di Buonarroti era pensato per il cortile della Cancelleria, come parte di un complesso scultoreo ornamentale oltremodo articolato e allestito scenograficamente. Nel tempo di un solo anno il capolavoro era terminato. Lo si può ammirare, oggi, negli spazi del Museo del Bargello in tutta la sua olimpica avvenenza. Il braccio destro si leva a brandire una coppa, il capo è coronato di tralci di vite e grappoli rigogliosi; un piccolo satiro dietro la sua gamba sinistra addenta vorace dell’uva. Un vistoso neo sul culmine dello zigomo destro è puntualizzazione iperrealistica che rivela il grado d’avanguardia già raggiunto da Michelangelo: il cui genio, non potendo certo attenersi pedissequamente ai dettami della statuaria classica, si spinse a una loro reinterpretazione in chiave moderna. Il che risulta con ancora più evidenza dalle fattezze del dio, dalle terga possenti che fungono da contraltare al petto di giovane, alla sua morbidezza, al volto dai tratti delicati nei quali pure è trattenuto uno sguardo dardeggiante. Un tallone è sollevato, i polpacci tradiscono la tensione verso il prossimo movimento. In Il Bacco di Michelangelo. Il dio della spensieratezza e della condanna, edito nel 2007 da Maschietto Editore, Sergio Risaliti  e Francesco Vossilla interpretano questo primo capolavoro michelangiolesco in senso innovativo rispetto alla tradizione maggioritaria, tuttavia semplicistica, che rileva nella postura irregolare e nel volto reclinato dell’aitante giovane dio, nonché nel suo sguardo particolarmente penetrante e quasi ipnotico, i segni dell’ubriachezza comunemente associata a Dioniso (fattezze esaltate dal bianco e nero ben contrastato delle fotografie di Serge Domingie). Un pregiudizio radicato  a proposito delle tendenze sessuali di Buonarroti sottenderebbe a questa interpretazione, che vorrebbe non a caso ricondurre alle sembianze lievemente scomposte e mence del soggetto divino la decisione del suo committente di non entrare in possesso dell’opera (pur magistralmente eseguita a dispetto della giovanissima età dell’artefice) rimasta infatti nelle mani del banchiere Jacopo Galli, che era stato il tramite tra il talentuoso giovane fiorentino e il cardinale Riario.

È certo di Furor che si tratta, con riguardo sia al temperamento tradito dallo sguardo conturbante del dio del piacere dei sensi, sia alla veemenza che muove il giovane Michelangelo: una passione già decisiva per la venustà (“amor di bellezza”, nelle parole di Ascanio Condivi) che doveva guidare le sue mani sulla superficie ruvida del marmo prima ancora dell’immagine da riprodurre e della volontà di realizzarla. Non si deve dimenticare però che Dioniso fu dio della danza e del teatro, oltre che del vino e dei baccanali e che statua fu commissionata a Michelangelo per un vero e proprio palcoscenico, ancorché d’eccezione, al quale era con ogni probabilità destinato quel primo, mai compiuto, passo di danza.

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