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Il Nano Morgante torna a Palazzo Pitti

un mostro grazioso e bello_maschiettoeditore

di Isabella Michetti

Animava la Firenze del XVI secolo, ai tempi d’oro della signoria di Cosimo I de’ Medici, un dibattito di portata potenzialmente universale: quale l’arte più nobile, la pittura o la scultura? Era il celebre dibattito sul Paragone: controversia risalente, ufficializzata però solo dal discorso di Benedetto Varchi pronunciato in Santa Maria Novella nel 1547. L’inchiesta vide il contributo di artisti tra i più noti del tempo, chiamati ciascuno a prendere posizione e a farlo annettendo le proprie motivazioni. La più singolare tra le risposte fu certo quella di Agnolo Bronzino, che la lasciò letteralmente a metà per completarla, però, con un’opera d’arte di rara fattura, erudita in ragione del gran numero di riferimenti letterari e culturali, nientedimeno che “eccezionale” nelle parole di Vasari. Siamo a metà del 1500 e tra gli altri personaggi alla corte dei Medici spicca (non certo per meriti di statura) il nano Braccio di Bartolo, ribattezzato paradossalmente Morgante, come il gigante del poema omonimo di Luigi Pulci. Per oltre 40 anni al servizio del duca, fu a tal punto caro a Cosimo da venire scolpito da Valerio Cioli, frescato in Galleria degli Uffizi e a Palazzo Vecchio, modellato da Giambologna sul rilievo commemorativo dell’incoronazione del duca. Per non dire poi, e torniamo a Bronzino, dell’unico ritratto dedicatogli in via esclusiva: tornato adesso, per sottrarlo alle troppe vibrazioni dello scalpiccio inarrestabile che rumoreggia agli Uffizi, a Palazzo Pitti (al centro della Sala di Apollo in Galleria Palatina) dove “Morgante di Bartolomeo Nano” visse e allietò gli animi di corte. Il ritratto di Morgante è, non a caso, doppio: sul recto è lui, a figura piena e frontale, che si accinge alla caccia agli uccelli, unica selvaggina alla portata dei non-eroi. Sul braccio destro brandisce un gufo sontuoso colto allo spiegare delle ali. Sul verso, a caccia conclusa, sono le terga del cacciatore vittorioso, che impugna il volatile sconfitto e volta la testa per lanciare un’occhiata indietro, a chi ne mira le fattezze distorte; mentre il gufo, dileggiato per tradizione almeno quanto i nani, s’è fatto nobile civetta. Un formato raro, il dipinto bifronte, praticato una tantum da Leonardo (e solo in uno schizzo) e ripreso rare volte lungo i secoli. Il soggetto supera le due dimensioni e agguanta, insieme alla povera vittima della battuta di caccia, la terza. Ma si muove anche nel tempo, ché i due momenti sono successivi. La risposta di Bronzino al dilemma di Varchi è chiara: la pittura è prima tra le arti visive perché può anche ciò che può la scultura e perciò la surclassa. Il corpo, de-idealizzato e certo lontano dalla statuaria rinascimentale, è reso però con maestria e dunque, a suo modo, magnifico. Ne sostiene la beltà la folta vegetazione che lo attornia, un catalogo degno di un manuale di botanica (disciplina ai tempi più che fiorente) in cui non è lasciato al caso nemmeno il più piccolo ciuffetto d’erba spontanea. E il naturalismo di cui Bronzino fu indiscusso maestro si ritrova nelle screziature delle farfalle accanto a Morgante, nonché nella precisione di cui fa sfoggio sfruttando la deforme nudità del soggetto.
Il volume, Un mostro grazioso e bello. Bronzino e l’universo burlesco del Nano Morgante, disponibile anche in lingua inglese, Gracious and Beautiful Monster. The literary universe of Bronzino’s Nano Morgante, costituisce il secondo della collana di studi Iconologia, diretta da Antonio Natali, già curatore della mostra che nel 2010, a Palazzo Strozzi, celebrò l’avvenuto ripristino del Nano quale lo vide e dipinse Bronzino. L’analisi è opera di Sefy Hendler, giornalista e storico dell’arte e professore presso l’Università di Tel Aviv.

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