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Destutt_de_Tracy_Ideologia
di Antonio Natali

 

A degradare la politica, e per conseguenza la gestione dell’Italia – diceva, mi pare, Bersani – sono soprattutto quei partiti che si presentano col nome d’una persona. E in effetti molti – specie fra i maggiori – ne portano uno in epigrafe. Se lo togliessero perderebbero consensi. Mi sembra però che uno dei mali dell’Italia sia quello di limitarsi a commentare gli effetti, rifuggendo dalle riflessioni sui moventi. Come se per risalire alle cause non ci fosse mai tempo; e soprattutto come se pensare alle cause remote fosse accademia sessantottina e non piuttosto un approccio per recuperare (certo con fatica) un ordine di valori stravolto soprattutto da congiunture economiche. Pochi hanno il coraggio di dire con chiarezza che i partiti ‘nominali’ esistono perché sono state sepolte le ideologie. Quando mancano le ideologie di riferimento (ideologie, intese come sistemi di pensieri), per forza emerge e trionfa l’individualismo. Oggi, ‘ideologia’ è una parola che non si può proferire. A parlarne par quasi se ne rimpiangano i danni e perfino le tragedie del secolo che s’è chiuso. E invece senza ideologie non c’è politica. Ci sono i singoli. Che peraltro un’ideologia ce l’hanno eccome (ancorché sovente mascherata). Salvini non ha forse un’ideologia? La Meloni non ce l’ha? E Berlusconi? Più mi volgo intorno a guardare le macerie morali di questa stagione, più m’avvedo che i guasti d’ora nascono (magari non soltanto) dal declino di due ideologie: quella socialista e quella fondata sui principî del cristianesimo. Socialismo, in Italia, è un altro di quei nomi diventati impronunciabili, giacché, nella seconda metà del secolo scorso, gli uomini ai vertici del partito che in Italia dichiarava nel titolo d’ispirarsi a quella dottrina politica (filosofica), sono stati la ragione della sua rovina, avendolo trascinato con sé nelle aule giudiziarie a seguito d’infamanti accuse di corruzione. Il cristianesimo, dall’altra parte, ha perso la sua forza vitale per via del rovesciamento dei suoi ideali, operato – anche in questo caso – da chi avrebbe dovuto custodirli e promuoverli. Nel mondo cattolico l’amore (sentimento forte e comandamento che tutto riassume) ha ceduto il passo alla paura: paura di veder minati i propri principî, paura d’esser sopraffatti da un laicismo (sovente davvero aggressivo), paura di veder svuotare le chiese (che intanto si stanno realmente svuotando di giovani), paura – finalmente – di perdere posizioni: tutto il contrario, insomma, del contegno cui decisamente indirizzava il Concilio Vaticano II, in pagine rivoluzionarie (in senso stretto) e tuttora di un’attualità perfino commovente. Un concilio che – grazie a Dio (qui è proprio il caso di dire così) – una grande papa, come Francesco, s’impegna strenuamente a resuscitare. Socialismo e cristianesimo non hanno perso nulla del loro valore intellettuale e spirituale; sono stati semmai traditi da quelli che avrebbero dovuto incarnarli e offrirli come strumenti indispensabili a ricondurre l’Italia in una dimensione etica che le pertiene per cultura antica. Socialismo e cristianesimo si fondano sui concetti più nobili che sorreggono una società: la solidarietà, l’altruismo, l’eguaglianza. L’esatto contrario – vien di dire ancora una volta – di ciò che, invece, in Italia regola oggi le relazioni. Con apici di cattiveria e crudeltà degni di regimi totalitari del secolo scorso.

Se con la memoria si torna agli anni settanta/ottanta del Novecento (che, a mio avviso, rappresentano un vero e proprio scollinamento morale), ci si rammenterà di formule pubblicitarie che allora entravano in voga (e i pubblicitari annusano l’aria, talora ne prevengono le evoluzioni, sovente le condizionano). I profumi venivano battezzati ora “Egoiste”, ora “Arrogance”. E poi si coniavano nuovi motti, come quello che recitava “Io esiste” per rimpiazzare il fuorimoda “Dio esiste”. Formule che peraltro trovavano l’incarnazione in molti politici di quegli stessi tempi. L’io si fa fulcro di tutto e diviene il vessillo dell’esistenza. Chi ne propone il primato guadagna consensi, perché l’altruismo e la solidarietà sono virtù faticose, mentre il benessere personale è ovviamente ambito dai più, compresi purtroppo quelli che per scelta politica o religiosa dovrebbero posporlo al bene del prossimo, che poi corrisponde al bene comune. Sono queste le premesse dei partiti nominali. In assenza delle ideologie, vince il nome dell’uomo che promette la realizzazione di quanto ognuno – pensando soltanto a se stesso – vorrebbe vedere realizzato. Che fare, allora? Non vedo altro che un impegno risoluto vòlto a ridare vita ai principî che sono il fondamento di quelle due ideologie. Si tratta di restituire loro l’autorevolezza di cui per secoli hanno goduto fra la gente d’Italia. Lavoro che richiederà tempi lunghi. Lavoro che, se principiasse domani, darebbe qualche frutto fra molti anni. Ma lavoro che non ha alternative. C’è da fare a ritroso un percorso che s’è fatto durissimo e accidentato, giacché a esaltare gl’interessi personali non si dura fatica e non ci vuole tanto tempo, ma a riportare in auge gl’ideali del bene comune (per i quali, oltre tutto, si richiedono anche sacrifici) è cosa dura.

 

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